
Alcuni interventi della prima giornata di “Coltivare umanità”, trascritti – in maniera digitale e su carta – da Fedele Congedo.
I metronomi sentono i movimenti. Alla fine si allineano. In fondo, i metronomi siamo noi. Ognuno con il suo ritmo, con il suo desiderio, con il suo modo di muoversi. La sfida è provare a sentire il ritmo che ha l’altro, per entrare con lui in sintonia. Perché ogni comunità può essere generativa, se ha un ritmo in cui ci si riconosce e su cui si sintonizza. Come metronomi, siamo collocati su una piattaforma mobile. In questa instabilità, lo sforzo è risintonizzarsi sul ritmo e sul movimento comune, che fa la differenza. Sperimentiamo come l’abbandono del nostro movimento può produrre un ritmo comune.
C’è un principio della fisica che dice che nessun oggetto vivente può essere isolabile. Noi a volte agiamo come isole, isolando approcci, obiettivi e risultati. Questo vale ancora di più nei mondi che attraversiamo. Psicologi, psicoterapeutici, assistenti sociali. Vale ancora di più in questi nostri mondi. Ma la caratteristica della persona è il movimento, quel movimento che viene da dentro. È un problema per la fisica ed è una cosa vera per le comunità.
Complicato. Diciamo spesso che è tutto molto complicato. Ma questo concetto non esiste. Esiste il concetto di complesso. Se abbiamo immaginato l’educazione come un processo lineare, è sicuramente complicato. Ma oggi l’educazione richiede collegamenti e sguardi interdisciplinari. Non è complicato. È solo complesso.
Comunità. La parola si presta ad usi propri e impropri. Riconoscere quello che facciamo e che ci tiene insieme in una prospettiva può essere una gabbia, ma anche un trampolino di lancio. Proveremo a lavorare sulle premesse. Sfidante non è soltanto il sogno ma il segno che condividiamo. Il lavoro è trasformativo della persona. Lavorando trasformiamo noi stessi. Il luogo di lavoro, il contesto in cui lavoriamo, non è solo un posto, è anche il luogo in cui si trasforma e si sforma il carattere delle persone. Quello che faccio può trasformare la comunità, le persone che ci sono affidate, che ci sono date in cura. Questo lo diciamo perché educare è un atto politico. Non esiste nulla al mondo di isolabile. Se questo lo applichiamo alla comunità, troviamo che la follia e la bellezza non sono isolabili. Siamo il cambiamento che vogliamo che accada. Al presente ed ora.
Le parole che manipolerete nel corso di queste giornate sono le parole di sempre. Accoglienza. Nei servizi, dei pazienti. Un termine abusato. Ascolto. Futuro. Pluralità. Come le abitiamo? Che senso diamo a queste parole?
Educare è tenere insieme soggetti e mondi diversi. Non si lavora isolati. L’eterogeneità vostra, geografica e professionale, è bellissima.

Gli esseri umani sono abitanti della terra. Non tutti sono coltivatori. Quello che li rende coltivatori è la dedizione. Abbiamo scelto la più radicale fertilizzazione. Un buon coltivatore deve guardare con molto rispetto le condizioni del tempo.
Voglio iniziare con voi proponendovi un passaggio di consapevolezza sull’effetto del tempo metereologico in cui siamo immersi. De Andrè mi ha consegnato una visione del mondo politica. Ha raccontato la sua ispirazione: le presenze ingombranti, incombenti, che ci impediscono di vedere il cielo. Gli uomini, sotto quella coltre di nuvole, non riescono più a ribellarsi. Ci sono nuvole incombenti vicine a noi: “niente poveri, niente stranieri, niente disabili nella nostra scuola”. C’è un ideologia, della competizione e del profitto che trasforma in scarti coloro che non sono all’altezza. La disumanizzazione viaggia a velocità stratosferica. Ma le nuvole non sono mai così distanti da non avere relazioni con la nostra vita. Le nuvole sono dentro di noi, sono gli impedimenti.

Nel mio pensiero educativo è importante provare a rompere la zolla dura della terra, certezze e convinzioni. La terra, se non si rompe, non è fertile. Le nuvole permettono il ciclo di vita. Senza acqua non c’è vita. Dovremo attraversare molte nuvole, molti momenti di sofferenza e insofferenza. Non può essere neutro stare qui. Qui c’è spazio per tutti i climi. Attraverso questi momenti di incontro corpo a corpo, c’è possibilità di contaminazioni, di contagi, di ibridazioni. Allora accadono incroci geografici, pensieri, punti di vista. Essere qui significa aprire inquietudini, dubbi.
Vogliamo provare a condividere dubbi, domande, ipotesi, esperienze, attraversare quei momenti di disagio e di ansia che l’incertezza ci procura. Questo ci porta al cambiamento. Nelle certezze non possiamo aprire nessuno spazio di trasformazione. Se domani sera qualcosa sarà stato trasformato, avremo iniziato a coltivare un campo, per un cambiamento di paradigma, dall’io al noi. Bisogna cambiare paradigma. Passare dall’idea che ci sia un bambino al fatto che c’è un gruppo.
È un passaggio linguistico complesso, quello dall’io ai gruppi. La lingua italiana non mi permette sempre di esprimermi al plurale. Non esiste “il caso”. È un paradigma errato. Quella persona vive in un contesto, diventa l’espressione di un gruppo.
Proviamo a metterci nel cammino del non so, scopriamolo insieme. Nella predisposizione di capire. Questo cambio di paradigma, dall’io al noi, ci chiede di essere capaci di trasformare ciò che per tanto tempo abbiamo creduto, per poter operare un diritto della cittadinanza. Ma il potere va riportato alle persone. Significa, per ognuno di noi, rinunziare all’idea di potere, di dare un voto, una diagnosi, un giudizio. Chissà se riusciremo a condividere con le persone i saperi, perché le persone sanno più di noi. Hanno più competenza. Abbiamo la necessità di saper lavorare con i gruppi, interni ed esterni. C’è una nuova teoria. Mettere insieme delle persone non è solo configurare un aggregato, ma un gruppo. È la differenza fra una massa ed un corpo pensante. È necessario che si possano integrare i saperi cognitivi con i saperi emotivi. Dovremmo essere capaci di guardare alla parte cognitiva, ma con la capacità di leggere i movimenti emotivi: la rabbia, l’angoscia di non essere capiti… le emozioni invisibili si annidano e si infettano. Poi si dice: non serve a niente, non funziona. È perché lo stare insieme richiede una nuova competenza ed una nuova abilità, per far sì che le persone si possano contaminare e contagiare. Devi sentire cosa ti attraversa.
Se siamo qui, ci crediamo. È possibile passare da una visione infantile ad una più matura, attraversando la nostra adolescenza. Siamo adolescenti, non siamo ancora arrivati a delle consapevolezze adulte. Stare in questo transito vuol dire andare verso l’ignoto, accertare il sentimento tipico dell’adolescenza, della solitudine: quel vissuto del proprio corpo e della propria pelle che ci mette in relazione. Bisogna star male. Gli adolescenti devono stare male. Devono scoprire chi sono. Gli adolescenti si radunano in gruppi di appartenenza: la zattera che li mette in salvo. Gli adolescenti in transito che non ce la fanno non montano sulla zattera. Possiamo farlo identificandoci nelle nostre realtà reciproche. Gli adolescenti rinunciano a molte cose per stare insieme. L’augurio è che troviamo modi di stare insieme, giocando il ruolo dell’essere complementare all’altro, praticando l’ascolto dell’altro, perché siamo curiosi. Proviamo a porre domande, ad essere curiosi, ad ascoltare le risposte. Troveremo la strada.

Parlare della dimensione comunità oggi significa stare sotto le nuvole. Parlare di comunità senza avere accortezza critica, significa esporsi a delle condizioni pericolose. Ci possono essere forme di comunità chiuse e segregate. Le idee si fanno per gruppi omogenei, per riferimenti omoculturali, con quelli che sono come me, in nome della comunità. Allora penso che dobbiamo iniziare ad esplicitare cosa sia per noi ‘comunità’, di quali contenuti la riempiamo. In senso soggettivo, cosa intendiamo? Vi invito a riflettere.
L’universalismo. Siamo tutti uguali? Esiste un’universalità dell’umanità o è un idea del passato? E come si coniuga universalità con comunità? Esiste una comunità universale? È stata richiamata la prospettiva ecologica: abitiamo la terra. Esiste una comunità ecologica, con la terra? Comunità e diritti. In che senso? quali sono i diritti particolaristici e universali? Quali possiamo riconoscere? Abbiamo il diritto a stare con quelli che la pensano alla stessa maniera? Abbiamo il diritto di rispettare le nostre tradizioni? Fino a che punto?
Non ho queste risposte. Sono i problemi di tutti i giorni. Dobbiamo iniziare a comprendere come affrontarli.

Aperto. Il paesaggio che misuriamo attraverso i legami fra le persone. Opportunità di far coesistere l’agire. Condivisione. Luogo per stare soli, ma anche per condividere con gli altri. Limite entro il quale si agisce. È quello occupato dai corpi, quello necessario perché possano interagire. Libertà di movimento. Luogo dove una o più persone sono fisicamente e non presenti. Luogo dell’io e luogo del noi. Paesaggio condiviso. Insieme di persone che interagiscono. Area fisica in cui si svolge una situazione. Luogo in comune. Territorio accogliente. Uno spazio condiviso in cui aprirsi agli altri. Il vuoto che esiste per creare la comunità possibile. La rete delle relazioni. Lo spazio serve a muoverci, darci libertà, ritrovare noi e gli altri. Luogo in cui si opera. Ha la forma di infinito, come l’infinito matematico contiene tutti i numeri immaginabili e inimmaginabili, così lo spazio contiene il tempo, i luoghi, le persone, le cose, gli animali, le relazioni. Con-tatto, dis-orientamento, sistema di relazioni, luogo di incontro e scontro, di riconoscimento di co-creazione. Accogliente. Luogo in cui si opera. Legame, Movimento, paesaggio, storia, entrare-uscire, costruire, condividere. Contesti e mondi. Possibilità di espressione, dimensione elastica di coinvolgimento. È fondamentalmente un luogo, un rifugio di realtà diverse. Ogni volta che penso alla parola “spazio”, l’associo all’aggettivo “libero”: pur essendo, uno spazio, un qualcosa di limitato, anzi delimitato, in realtà è libero e infinito. Per me lo spazio è il luogo in cui si interagisce tra più persone, ci si muove e ci si esprime ognuno sa meglio fare. Orizzonti. Dove sentirsi a casa. Un luogo fisico e mentale. Aperto. Incontro, confronto, semina. Mi sembra importante lo spazio decisionale a livello politico o nel quotidiano comune. È importante avere la possibilità di progettare cambiamenti collettivi o individuali. Apertura a 360° e collaborazione. Zoom su tutto ciò che può o non può interessarci. Soprattutto quelle cose che oscuriamo per timore di provare delle emozioni. Luogo di azione. Luogo di incontro. Luoghi di incontri. Espansione, multidimensionalità, vuoto. Luogo bello, abitato, accogliente e accessibile. Luogo dove poter sperimentare, condividere e relazionarsi. Tutto ciò che mi circonda. Relazione. Incontro empatico. Ciò che intercorre tra me e il realizzabile con altre ed altri. Luogo dall’orizzonte vasto e pulito. Luogo adeguato per esprimere ciascuno i propri bisogni, le proprie potenzialità. Ambiente in cui sono chiamata a migliorarmi per promuovere la dignità delle persone in questo momento storico. Ambiente che cambia, nicchia e prateria a seconda dei bisogni. Spazio relazionale in cui le distanze si modulano e si costruiscono in uno scambio continuo, creando interazioni umane in movimento continuo. È il luogo fisico dell’incontro, ciò che per primo bisogna imparare a condividere. Un luogo neutro che si connota attraverso le esigenze di chi lo vive. Scuola, dove vivo la maggior parte del mio tempo. Possibilità di realizzare un sogno. Ambiente di condivisione. Lo spazio ci circonda e ci contiene ma si dilata o restringe per nostra volontà. Insieme al tempo ci sembrano autonomi da noi e dalla nostra volontà. Ma, a mio avviso, è un inganno della nostra coscienza quando si impigrisce. È tutto ciò che circonda. Confine e sicurezza. Luogo dell’anima che ha la capacità di restituirmi un senso di autodeterminazione sulle cose. È avere uno spazio personale, dentro di me: per me significa lasciare che gli altri entrino nella mia vita. È ascolto ed empatia verso l’altra persona. È anche un luogo dove lascio che le cose sedimentino per poter attingere dopo. Dimensione. Accoglienza.

Il modo soggettivo di leggere la vita. Portale, che va dal sé all’altro. Attenzione. Bambino. Necessario per provare a riconoscere e riconoscersi. Visione dell’essere. Una prospettiva che crea la possibilità di una connessione, a partire dal guardarsi reciprocamente. Attenzione all’altro. L’essenza della persona che abbiamo di fronte. Cogliere ciò che emerge dietro e oltre l’occhio. Frammenti dell’anima. Prima forma di comunicazione. Occhiata che mostra il sentimento di chi guarda rispetto a chi viene guardato. L’Oltre. Capacità di vedere con tutte le proprie possibilità. Un’azione empatica che apre alla comunicazione. Lo strumento che mi permette di avere una visione. Occhi capaci di vedere. Per incontrare l’altro, il diverso, per vedere il mondo, da tenere pulito e proteggere dalle paure. Prima comunicazione. Le parole che usavo per descrivere il mondo a Josette, la mia amica cieca. Osservatore partecipe, riconoscimento dell’identità in sé e nell’alterità. Sognante. Primo contatto. Carezza amorevolezza orizzonte legame abbraccio interiorità. Percezione e punto di vista. Incontro fra mondi, soglia della bellezza. Strumento semi-permeabile di ricerca. Lo sguardo è la rivelazione di ciò che si è, è il primo strumento di relazione che esiste. Il rapporto è un legame che si suggella con lo sguardo. Lo sguardo ci permette di osservare il mondo che ci circonda, ma più di tutto è il mezzo con cui guardiamo il nostro simile, premettendo che non tutti hanno lo stesso sguardo sul mondo, ma è relativo alle proprie esperienze di vita. Reciprocità, empatia, emozione. Vertigine emotiva. Un potente mezzo di comunicazione. Intenso. Ascolta, accoglie. Lo sguardo ha senso se è in grado di osservare e non solo di vedere. Perdersi negli occhi degli altri ed incontrarsi. Profondo, attento, gratificante, empatico. Cogliere l’essenziale perché invisibile agli occhi. Incontri di vita. Tanti punti di vista. Sfiorare, carezzare, osservare, penetrare, comprendere. Il Possibile, che vede attraverso, che riconosce l’altro. Osservare la realtà complessa e allargare la prospettiva, rivolgere gli occhi verso qualsiasi cosa che mi interessa, guardare con amore, misericordia, profondità auditiva. La lente a cui non deve sfuggire nessun incanto. Capacità di annullare il confine per comprendere la totalità. Osservazione attenta, profonda, ampia, costruttiva e mai giudicante. Esprimere empatia: nella comunità lo sguardo si fa cieco, diventa tattile e scopre le piccole diversità del corpo dell’altro, le concavità, i riccioli. Come una carezza. Sguardi a colori e in bianco e nero, frugali e intensi, prospettive opposte e adiacenti, necessarie nella costruzione di intenti comuni e condivisi. Ciò che incontra la realtà e l’altro, luogo di accoglienza, ma anche atteggiamento di apertura o chiusura. Occasione che offriamo all’altro per conoscerci e, viceversa, che abbiamo per scoprirlo. Quello diretto che incrocio giornalmente dei miei piccoli alunni. È la forza direzionale con cui si costruisce il Futuro. Visione: tra un reale possibile e sconfinata immaginazione. Possiamo allargare con esso la nostra sensibilità e la nostra conoscenza. Ma è possibile anche procedere puntando il nostro sguardo sui nostri piedi controllando solo il terreno e la nostra andatura. Peccato che in questo modo non ci metta al sicuro di inciampi. Anzi, ci fa perdere anche la bellezza del viaggio stesso. Guardare qualcosa che suscita interesse. Riflesso del visibile. Lo sguardo per me e nel mio lavoro spesso significa una esistenza che agganciamo, è condivisione di intese e di obiettivi. È un momento in cui si può riuscire ad dare e ricevere fiducia. Mirum. Incontro.

La tua unicità. Impronta dell’anima e del corpo. Contenitore flessibile mai statico ma consapevole. Essere. Gruppo. Quello che sono. Che sono stato. Che sarò. Un punto di partenza per situarsi, ma da cui si deve necessariamente uscire. Essere diversi e plurali nella propria singolarità. Ciò che mi rende me stessa e rimane in parte uguale e in parte cambia. Percezione di sé. Caratteristica territoriale, culturale e sociale di un individuo. Essere se stessi. Consapevolezza di essere riferimenti per chi è in crescita. Unione corpo-mente-anima. Sapere e conoscere le radici culturali e sociali dentro le quali si costruisce la comunità. La storia, il presente, la prospettiva. Una e molteplice nel rispetto di sé e degli altri. La immagino come l’acqua del fiume nel momento in cui incontra l’acqua del mare. Energia condensata in materia ed energia potenziale. Forte perché si riconosce fragile. Apertura, legame, generatività, differenza, serenità, inquietudine, riposo, movimento. Camminare. Essere e sentire. Insieme di specificità culturali, sociali, soggettive dell’individuo, in continua evoluzione. Nucleo indivisibile potenziale. È ciò di più proprio, oltre alla vita, che l’uomo ha. L’identità è quello che noi siamo, quello che la nostra esperienza di vita ci ha fatto diventare. Riconoscersi e riconoscere. Non cercare più se stessi. La costruzione di un progetto di vita. Presente. Intreccio, vibrazione. L’insieme di valori, comportamenti e modelli concettuali che caratterizzano una comunità o un individuo. Costruzione del mio io, guardando anche all’altro. Conoscenza del proprio io interiore. L’io-io che dice io sono una parte del tutto. Essere unici e irripetibili. Essere se stessi. La ragione d’essere, il riconoscersi nell’essere. Possibile solo in un NOI. Consapevolezza che un individuo ha di se stesso che cresce ed evolve rispetto agli altri. La conoscenza di me stesso. L’essere umano, relazionale, dialogico, creato capace di amare e di essere amato. Lo specchio in cui mi vedo e mi vedono. Radicamento col proprio vissuto. Sentirsi parte integrante ed integrata di un gruppo. Essere consapevole del mio ruolo e della responsabilità che ho nel rispetto di ogni persona. Racconto di sé e punti di contatto con quello degli altri. Ritrovarsi nella diversità, riconoscersi nell’alterità, concedersi la conoscenza dell’altro e viverla come arricchimento identitario ed umano. Tutto ciò che è parte di me, che mi caratterizza . L’ombra che lasciamo dietro di noi, che si modifica in base ai nostri movimenti/evoluzioni e alla diversa luminosità dell’ambiente. Il riconoscimento dell’altro sempre più faticoso. È la possibilità di sentirsi appartenenti alla propria storia, individuale,familiare e sociale. Rete interconnessa di valori imprescindibili. È l’abito in cui ci sentiamo a nostro agio essendo fortemente noi stessi. L’identità è da dove nasce tutto: è, per me, ciò che guida e determina le mie scelte giorno dopo giorno. È libertà e responsabilità di decidere per se stessi. Alterità. Appartenenza. Se imparassimo ad ammirare il campionario presente intorno a noi, probabilmente indosseremmo vestiti più sgargianti.

La nostra identità che si trasferisce da padre in figlio, diventando più viva. Evoluzione. Confronti. Azioni che generano significato di valori. Diversi posizionamenti temporali e storici e al tempo stesso l’atto di generare. Successione di fasi. Gruppi di persone con abitudini e bisogni uguali. Confronto ed epoche a confronto. Futuro. Fascia di individui con la stessa età, che avendo vissuto gli stessi anni e le stesse esperienze, hanno visioni simili sulle situazioni. Diverse età in rete. Nella diversità generazionale la ricchezza dell’interazione, dell’ascolto, del sentire per contagiarsi e crescere. L’insieme delle possibilità che una comunità può mettere insieme e creare. Diverse generazioni, ma che si aiutano e legano con consapevolezza. Che si tramandano l’arte del vivere. È la linea che corre tra l’essere di oggi, l’essere di ieri e l’essere di domani. Categorie per leggere i rapporti tra le persone nella dimensione spazio temporale. Intreccio di vissuti. Partorire, affidare, accompagnare, navigare. Cambiamento e tradizione. Identità connotate e influenzate dai cambiamenti sociali, storici, culturali. Trasportatori di conoscenze collettive. Sono interazioni continue tra chi ha esperienza e chi ne deve ancora fare. La generazione è quel lasso di tempo in cui un gruppo di persone agisce, cambia. Facendo sì che le cose nel tempo cambino, di generazione in generazione. Temporalità, continuità e rottura, ascolto, confronto. Cambiamento di ciò che rimane sempre uguale a se stesso. La bellezza del tramandare. Generare speranza, opportunità, contagio. È sempre complesso il rapporto tra generazioni diverse, ma la nostra non è stata in grado di trasmettere alla successiva (quella degli attuali gioviani) il piacere di impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi. Confronto costruttivo. Cambiamento. Patrimonio da coltivare e custodire. Incontro tra mondi diversi che hanno molto da comunicarsi: tutti possiamo generare attraverso i gesti quotidiani che compiamo. Onde sempre più distanti. Percorsi, storie che si intrecciano. Gruppo di persone che vive lo stesso periodo storico e sociale. L’anelito ad essere migliori. Scambio di energie ed informazioni. Azioni generative di sani cambiamenti nel pensare e agire comune. Conoscere i contesti, i tempi e i ritmi, le unicità di ogni persona. Ho un senso di colpa: mi spiace di far parte della generazione prevalente a occupare spazi che toccano ad altri. Duri a morire. La comunità cresce se sa fare spazio a chi è più adatto al futuro. Entrare in contatto con le giovani generazioni, capirne il punto di rottura e ricostruire la trama del discorso comunicativo interrotto in più punti, riannodare i nodi con nuovi scampoli di stoffa colorata, in una prospettiva di ascolto e condivisione. Qualcosa che si muove e continuamente prende vita. Creare relazioni, essendo in relazione. Quella che mi trovo davanti tutti i giorni e che necessariamente ti fa pensare al futuro. Sono i confini che si aprono e dialogano in un flusso di tempo continuo. Generati e generatori. Sono i nodi del tempo da cui partono strade, cammini e legami. Sono anche i nodi invisibili che tengono insieme i fili recisi, spezzati, strappati, anche se penseremmo il contrario. Il mondo che continua e cambia. Le generazioni mi fanno pensare a un continuo movimento e, contestualmente, alla difficoltà che spesso si ha nel seguirlo. Studenti. Legami. Speriamo di essere fecondi nell’anima, di generare nella bellezza.
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