Ecce Homo • Diario di viaggio dalla Palestina
Raccontiamo, attraverso questo diario di viaggio, il pellegrinaggio in Palestina organizzato da Pax Christi, all’interno della campagna Ponti, non muri, dal 7 al 15 settembre. Un viaggio pensato per incontrare le pietre vive di una terra ferita, in un tempo storico segnato da grandi difficoltà. Per saperne di più, clicca qui.
Mercoledì 9 settembre 2026
“Ecco l’uomo” sono le parole profetiche pronunciate da Pilato proprio qui, nel luogo in cui stiamo dimorando. Egli sa bene che Gesù è innocente, glielo ha detto la moglie che in sonno è stata turbata, glielo dice il diritto romano di cui dovrebbe essere custode, glielo dice la coscienza. Eppure lo fa flagellare e lo consegna al popolo “ecce homo”: questo è l’uomo, ma anche questo è ciò che è capace di fare l’uomo, questo è come può un uomo ridurre un altro fratello, questa è l’umanità.

Oggi questa giornata è durata una vita intera e ha abbracciato in larghezza tutta l’umanità: dal vecchio vescovo palestinese che ha ancora speranza che Gerusalemme realizzi la vocazione di essere città della pace e il popolo di Israele quella di essere benedizione per tutte le genti, fino ad arrivare all’attivista israeliano che custodisce la sua umanità dal lavaggio del cervello per i racconti del nonno sopravvissuto all’olocausto e per gli amici palestinesi di suo padre.
“Ecce homo”: nelle donne che in cooperativa lavorano per sostenere una famiglia dove gli uomini sono stati uccisi, sono in prigione o stati resi invalidi da colpi di cecchino che mirano alle ginocchia, non per uccidere ma per rendere invalidi per sempre.
Quanta umanità negli avvocati che si occupano dei prigionieri palestinesi, detenuti spesso senza capo di accusa, proprio come Gesù, che improvvisamente spariscono e rischiano di essere condannati a morte per una legge che punisce in maniera diversa i due popoli e che giustifica le violenze dei coloni ed è senza pietà nel condannare gli innocenti.
“Ecce homo”: quanta umanità nel regista arrestato per il semplice progetto di un documentario su un’inchiesta giornalistica sul traffico di organi.
“Ecce homo”: eccola l’umanità che abbiamo condiviso, vedendoci chiudere in faccia alle 4 del pomeriggio uno dei cancelli gialli che circondano le città palestinesi e aver dovuto vagare per due ore per trovare un altro check point.
“Ecce homo”: la trovo anche in me questa umanità ferita e capace di ferire, quando alla richiesta di un’amica di pregare per lei al muro del pianto le ho risposto secco “no, al muro de pianto proprio no”. Forse le ho fatto del male, ma scimmiottare la preghiera di quanti rimpiangono il tempio distrutto senza rimpiangere le vite distrutte proprio non riesco a digerirlo.
Questa è l’umanità che abbiamo incontrato oggi a Gerusalemme: la mia umanità che rifiuta di pregare; quella dei giovanissimi soldati che hanno potere di vita e di morte sugli altri; quella dei figli dei coloni che vengono mandati a minacciare la povera gente; quella degli avvocati che devono lottare per continuare a credere nel diritto; quella del palestinese che alla domanda sul 7 ottobre ti dice: “alcuni pensano che sia stato una grande cosa, altri la cosa più stupida che si potesse fare, ma io per essere sincero appartengo al primo gruppo”; l’umanità del giovane israeliano ripudiato dalla famiglia perché denuncia la violenza dei coloni; l’umanità di un vescovo che crede ancora.
Eppure in questi ultimi due casi, così distanti tra loro (un vecchio prete palestinese e un giovane attivista israeliano), voglio vedere un segno di speranza, traccia di quella Pentecoste in cui si realizza la parola del profeta Gioele: “in quei giorni i vecchi faranno sogni e i giovani avranno visioni”.
don Rito Marosca
Giornata intensa e densa di incontri, parole sofferte che raccontano sofferenza, occhi colmi di emozioni trattenute, ma talmente stanchi di tanto dolore e tanta fatica che tradiscono lo scemare di speranza.
Dalla mattina alle 8:30 (primo incontro) alle 23 di stasera abbiamo ascoltato… e immaginato, con i limiti che può avere la nostra mente nell’immaginare situazioni di estrema difficoltà, violenza, dolore.
In mezzo, i check-point: prima hanno chiuso i cancelli impedendoci (a noi e alle altre macchine in coda prima di noi chissà da quanto) di uscire dalla città; allora facciamo inversione a U per cercane un altro. Trovato e… coda di 50 minuti per il controllo dei documenti, per passare da una città a un’altra dello stesso Stato (per alcuni non è così)! Finalmente passiamo.
Sentirsi comunque in una gabbia, questo è quello che ho provato io. Guardando le persone attraversare lo stesso check point a piedi ho pensato alle loro vite, a questo attraversamento quotidiano, alla fatica inevitabile (inevitabile?), al sopruso. Le persone incontrate oggi ci hanno chiesto parole di speranza: difficile trovarle, anche tra uomini e donne di fede.
Anna Babini

