Continuerò a chiamarli per nome. Riflessioni sul decreto anti maranza
Ho letto il decreto “anti maranza” e, prima ancora di entrare nel merito delle norme, mi sono accorta che quelle due parole avevano già prodotto un effetto: per un istante anch’io ho smesso di vedere un ragazzo e ho visto una categoria.
Una tuta. Un cappellino. Un borsello portato alto sul petto. Scarpe rigorosamente griffate.
È successo anche a me. Poi mi sono fermata. Perché le categorie sono comode, le persone molto meno.
Prima di farmi un’opinione ho ascoltato posizioni diverse. Ho provato a capire. Ma, soprattutto, sono tornata con la memoria ai ragazzi che ho incontrato in oltre vent’anni di scuola. Da qualche giorno quella parola è ovunque.
Io, invece, continuo a vedere i volti. E i volti hanno sempre un nome. Conosco L., conosco S. e conosco G. Ne conosco molti altri. Conosco ragazzi e ragazze con storie diverse, possibilità diverse, responsabilità diverse. Alcuni stanno ancora cercando un posto nel mondo. Altri lo stanno cercando nei modi sbagliati. Altri ancora hanno già compiuto gesti che non possono essere minimizzati.
Ma nessuno coincide con l’etichetta che gli appiccichiamo addosso.

Penso a L. Quando vive una situazione che percepisce come ingiusta, verso di sé o verso i compagni, può esplodere. L’aggressività verbale e fisica, per lui, è stata a lungo il linguaggio più immediato. Eppure, quest’anno, qualcosa è cambiato.
Non perché abbia imparato, improvvisamente, a controllare la rabbia; la rabbia non si controlla con un atto di volontà, si attraversa. Quando sentiva arrivare la rabbia, L. ha accettato una cosa che fino a poco tempo prima avrebbe rifiutato: lasciare che un adulto gli restasse accanto. Un adulto di cui aveva imparato a fidarsi. Un insegnante. Una guida. Non qualcuno che gli dicesse semplicemente: «Calmati», ma qualcuno disposto a rimanere lì, dentro quella rabbia.
Nessun ragazzo impara da solo ad abitare la rabbia. Ha bisogno di un adulto disposto a restare con lui abbastanza a lungo perché quella rabbia non diventi un gesto pericoloso. Perché le emozioni non si educano da lontano, si educano dentro una relazione.
Qualche giorno fa ero seduta al porto e l’ho visto passare. Avrebbe potuto fare finta di non vedermi. Io ho cercato il suo sguardo e lui ha cercato il mio. Si è fermato. Mi ha salutata. Con il rispetto che ci si guadagna, non quello che si pretende. Poi è tornato dai suoi amici.
Può sembrare un episodio irrilevante, ma per me non lo è. Perché quel saluto non è nato quel giorno, è il frutto di tutti i giorni precedenti. Di una relazione costruita nei corridoi, durante gli intervalli, nei momenti in cui non stava succedendo nulla e, proprio per questo, si stava costruendo tutto.
Quel saluto non ha cancellato le fatiche dell’anno, ma mi ha ricordato soltanto che non sono state inutili.
Quando una situazione esplode è troppo tardi per costruire una relazione: o c’è già, oppure non la si improvvisa. Per questo, durante gli intervalli, cerco proprio i ragazzi che la scuola fatica di più a incontrare. Li avvicino, parlo con loro. Cerco di conoscerli e di farmi conoscere. Non perché pensi che una relazione basti a risolvere tutto, ma perché, senza una relazione, molto spesso non esiste nemmeno un punto da cui iniziare.
Mi viene spesso chiesto se abbia paura. Sì, la paura esiste: ci sono situazioni che fanno paura e sarebbe poco onesto negarlo. Negli anni ho avuto paura di alcuni ragazzi, ma ho avuto paura anche di alcuni adulti: adulti molto diversi tra loro, alcuni con precedenti penali, altri con curriculum impeccabili.
Per ragioni diverse, entrambi mi hanno insegnato che il pericolo non coincide mai con un’etichetta. C’è chi ferisce con un pugno e c’è chi ferisce manipolando la realtà, piegando i fatti ai propri interessi, esercitando un potere che lascia segni profondi senza alzare la voce. È anche per questo che diffido delle semplificazioni.
La violenza esiste, così come esiste l’aggressività. Esistono adolescenti che rappresentano un pericolo per gli altri e per sé stessi, negarlo sarebbe un errore. Ma lo sarebbe anche immaginare che basti una categoria per comprenderli.
Credo che alcuni minori debbano rispondere delle proprie azioni. E credo che alcuni abbiano bisogno di percorsi educativi e rieducativi altamente specialistici, costruiti insieme da scuola, famiglie, educatori, servizi sociali e giustizia minorile.
Non possiamo chiedere alla scuola di fare tutto, ma non possiamo nemmeno pensare che una norma possa fare ciò che una comunità educativa non è riuscita a costruire per anni.
Vi chiedo però una cosa. Vi chiedo di avere molta prudenza quando parlate dei ragazzi. Io stessa non mi permetterei mai di parlare degli studenti di altri insegnanti. Posso parlare soltanto delle vite che ho avuto il privilegio e la responsabilità di incontrare. Per questo faccio fatica quando il dibattito pubblico si riempie di giudizi pronunciati da chi quei volti non li ha mai incrociati.
Parliamo un po’ meno dei ragazzi e convochiamo un po’ di più le nostre responsabilità di adulti. Perché è troppo semplice interrogarsi su ciò che un ragazzo è diventato. Più difficile, invece, è domandarsi quali vuoti, quali assenze, quali rinunce e quali responsabilità adulte abbiano accompagnato il suo cammino. Non per assolverlo, ma perché una comunità che guarda soltanto gli effetti e non ha il coraggio di interrogarsi sulle proprie responsabilità continuerà a rincorrere le emergenze senza mai prevenirle.
Lucia Suriano
Questo articolo è uno spin off della serie Robe di scuola, il ciclo di webinar con Lucia Suriano pensato per accompagnare i docenti, mese per mese, durante l’anno scolastico per incontrarsi, dialogare, confrontarsi insieme sui temi più pressanti ed emblematici di quanto accade ogni giorno nella scuola, affrontando problemi e proponendo soluzioni e risorse da mettere in campo, attraverso strumenti pratici spendibili in classe. Trovi tutte le informazioni sui nove webinar cliccando qui.
Lucia Suriano è docente nella scuola secondaria di secondo grado. Ha iniziato a ricercare e sperimentare modalità e strumenti che realizzino il vantaggio dell’Educare alla felicità (in ambito educativo scolastico). Ribalta stereotipi e falsi miti educativi per una scuola capace di includere realmente tutti partendo dalla potenza della fragilità. Per edizioni la meridiana è autrice di Educare alla felicità. Nuovi paradigmi per una scuola più felice (2016) e Lasciarsi ribaltare. La Scuola è aperta a tutti (2020).


