Il futuro non si predice. Le parole dell’insegnante tra attese, responsabilità e possibilità
«Tanto, di voi, pochi arriveranno al prossimo anno e questa classe verrà accorpata.»
La scuola è appena cominciata e qualcuno ha già deciso come finirà. Ha contato i dispersi prima ancora di incontrarli davvero, ha pronunciato il loro fallimento mentre sui muri della scuola sono ancora appesi i cartelloni dell’accoglienza, ha trasformato una possibilità organizzativa (l’accorpamento di una classe) nel destino personale di ragazzi e ragazze che avrebbero avuto il diritto di cominciare l’anno sentendosi chiamati all’impegno, non convocati alla sconfitta.
Forse quelle parole volevano essere una scossa, probabilmente chi le ha pronunciate pensava di motivare, di preparare alla fatica, di richiamare alla responsabilità. Purtroppo, per noi umani la paura non diventa educativa soltanto perché a usarla è un insegnante.
C’è una differenza profonda tra dire: «Quest’anno avremo bisogno del vostro impegno» e dire: «Pochi di voi arriveranno al prossimo anno». Nella prima frase esiste ancora una strada, nella seconda c’è già una selezione. Nella prima l’insegnante resta accanto agli studenti e dichiara: «Noi vi guideremo, ma voi dovrete camminare»; nella seconda si sistema al traguardo e aspetta di vedere chi cadrà, magari pronto a dire: «Io lo sapevo».
No, non lo sapeva. Perché l’insegnante non è un indovino e, quando parla del futuro dei propri studenti, dovrebbe ricordare che non sta leggendo qualcosa di già scritto: sta contribuendo a scriverlo.

Le parole collocano dentro una storia
Le parole degli insegnanti non si limitano a descrivere gli studenti, li collocano dentro una storia. Quando diciamo a un ragazzo: «In questo momento non stai studiando abbastanza», stiamo indicando una difficoltà sulla quale è ancora possibile lavorare. Dire: «Tu non hai voglia di fare niente» significa, invece, trasformare quella difficoltà in una caratteristica della persona.
Lo stesso accade quando dalla necessità di consolidare alcune competenze si passa a stabilire che uno studente non sia adatto a quella scuola, oppure quando la richiesta di prepararsi seriamente a un esame diventa la minaccia: «All’esame vi distruggeranno».
Potrebbe sembrare soltanto una differenza linguistica, ma non lo è. Nel primo caso l’insegnante nomina la realtà, anche quando è scomoda, senza pretendere di sapere già come andrà a finire. Nel secondo, pronuncia una sentenza e consegna allo studente un’immagine di sé dalla quale può diventare difficile prendere le distanze.
Quando gli studenti ascoltano queste affermazioni reagiscono in modi differenti: qualcuno avvertirà rabbia e disprezzo verso chi ha pronunciato quella frase, qualcun altro farà finta di non averla ascoltata, altri potrebbero crederci e cominciare lentamente a ritirarsi. Le parole dell’insegnante, infatti, non finiscono quando vengono pronunciate: continuano a lavorare dentro chi le riceve, incontrano paure già presenti, si ingrandiscono nel silenzio e qualche volta arrivano fino a casa.
Non si tratta di addolcire le parole, di nascondere le insufficienze o di trasformare ogni difficoltà in una promessa di successo. La scuola non è chiamata a rassicurare sempre e comunque, è chiamata a essere onesta; proprio in nome di questa onestà si ha il dovere di non confondere ciò che uno studente sta mostrando oggi con tutto ciò che potrà diventare domani.
Un insegnante può e deve dire: «Così non basta», è suo compito indicare ciò che manca, rendere visibili le conseguenze del disimpegno, chiedere costanza, serietà e responsabilità; può dire che un anno sarà impegnativo, che dopo il biennio occorrerà una maggiore autonomia, che la scuola dovrà consegnare strumenti, competenze e diplomi con cui esercitare seriamente una professione; la richiesta di impegno non è contraria alla cura, ne è parte.
Fermare non significa scartare
La scuola, al termine dell’anno, può essere chiamata ad attestare che gli apprendimenti necessari non sono stati raggiunti e che il percorso deve fermarsi, ma una cosa è riconoscere un esito dopo aver accompagnato un cammino, un’altra è annunciarlo quando il cammino è appena iniziato.
Fermare non significa scartare, infatti. Per ciò in cui credo, fermare uno studente, quando è davvero necessario, dovrebbe significare offrirgli la possibilità di ripartire, non di ripetere semplicemente lo stesso anno, nello stesso modo, portando addosso l’etichetta di chi non ce l’ha fatta. Ripartire significa poter rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che non ha funzionato e trovare adulti disposti a vedere ancora una possibilità.
Ne ho incontrati tanti, soprattutto nella scuola secondaria di secondo grado, ragazzi e ragazze che tornano nella stessa classe mentre gli altri sono andati avanti. Entrano cercando di sembrare indifferenti, ma spesso portano una vergogna che non sanno nominare.
Nei primi giorni osservano, cercano di capire come saranno guardati prima ancora di chiedersi se riusciranno a recuperare matematica, italiano o inglese, sembrano porsi un’altra domanda: «Qui sarò soltanto quello che è stato bocciato?» Cercano qualcuno che creda in loro oltre il loro insuccesso.
Non servono necessariamente grandi discorsi, a volte si comincia guardandoli negli occhi, sorridendo, cercandoli oltre il momento collettivo della lezione, durante la ricreazione, all’ingresso, all’uscita, in un corridoio o per strada, sono incontri piccoli, apparentemente marginali, nei quali l’adulto comunica qualcosa di essenziale: ti vedo anche quando non sto misurando la tua prestazione.
Accogliere uno studente che ripete l’anno non significa abbassare l’asticella, significa non schiacciarlo sotto ciò che non è riuscito a superare, riconoscere il coraggio necessario per ripercorrere una strada sulla quale si è già caduti e provare a cambiarne la storia.
Per questo trovo così grave che, proprio all’inizio dell’anno, qualcuno scelga di predire chi arriverà e chi no. Settembre dovrebbe essere il tempo nel quale perfino una storia già ferita può iniziare a ripararsi, non il mese in cui gli adulti stabiliscono in anticipo quali storie meritino di continuare.
Anche l’adulto può ripartire
Scrivo queste parole sapendo di non essere sempre stata capace di misurare il peso del mio linguaggio.
Quando ero più giovane, accadde che una studentessa si chiudesse dopo qualcosa che le avevo detto; non ricordo più la frase precisa; ricordo, invece, che quelle parole continuarono a crescere dentro di lei, fino a diventare un disagio che raccontò alla madre. La madre chiese un colloquio con me.
Io non avevo voluto ferirla, avrei potuto aggrapparmi alla mia intenzione e concludere che la ragazza aveva frainteso, ma le intenzioni degli adulti non cancellano gli effetti prodotti nei ragazzi, così le chiesi scusa.
Non persi autorevolezza. Ripartimmo. Da quel momento feci più attenzione a lei e lavorammo con maggiore serenità. Non ci fu alcun miracolo, nessuna scena edificante da consegnare alla memoria; accadde qualcosa di più semplice e, per la scuola, forse più importante: la relazione tornò a essere un luogo nel quale potevamo lavorare insieme.
Quell’esperienza mi ha insegnato che l’alternativa alle parole sbagliate non è la perfezione dell’insegnante; la ricchezza dell’adulto che educa sta nella sua capacità di accorgersi, di non difendersi immediatamente, di chiedersi non soltanto: «Che cosa volevo dire?», ma anche: «Che cosa hanno prodotto le mie parole?». E, infine quando serve, di riparare.
Se chiediamo agli studenti di non identificarsi con i propri errori, dobbiamo concedere questa possibilità anche a noi stessi, però concedersela non significa assolversi, vuol dire assumersi la responsabilità di cambiare.
Una strada ancora percorribile
È questo che mi aspetto da chi insegna: non che non sbagli mai, ma che non trasformi il proprio errore in un metodo. Che non chiami realismo la rinuncia, severità la svalutazione, preparazione alla vita la paura, che sappia distinguere una richiesta esigente da una profezia di fallimento.
Il nostro compito non è promettere che tutti riusciranno, ma è fare in modo che ciascuno possa misurarsi con ciò che gli viene chiesto senza essere definito in anticipo dal proprio possibile fallimento. Dobbiamo imparare a dire la verità sulla fatica senza usare la fatica come minaccia, a indicare ciò che manca senza smettere di vedere la persona. Possiamo valutare un percorso senza trasformare la valutazione in un verdetto sull’intera esistenza.
Quando parliamo di un esame, dell’anno successivo, di una scelta di indirizzo o di una professione futura, le nostre parole arrivano in un luogo delicato, entrano nell’immagine che un ragazzo sta costruendo di sé e possono diventare un limite interiorizzato oppure una chiamata alla responsabilità, possono umiliare oppure orientare, chiudere il tempo o rimetterlo in movimento.
L’insegnante non conosce il futuro dei suoi studenti. Ma ogni giorno, con le parole che sceglie, decide se quel futuro debba apparire loro come una strada ancora percorribile oppure come una porta già chiusa e sbarrata.
Lucia Suriano
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Lucia Suriano è docente nella scuola secondaria di secondo grado. Ha iniziato a ricercare e sperimentare modalità e strumenti che realizzino il vantaggio dell’Educare alla felicità (in ambito educativo scolastico). Ribalta stereotipi e falsi miti educativi per una scuola capace di includere realmente tutti partendo dalla potenza della fragilità. Per edizioni la meridiana è autrice di Educare alla felicità. Nuovi paradigmi per una scuola più felice (2016) e Lasciarsi ribaltare. La Scuola è aperta a tutti (2020).


