Oltre il 23 maggio: se la memoria non diventa impegno ordinario
Gli anniversari sono un momento impegnativo per le comunità. Tanto più quando si ricorda una strage, la morte di un magistrato come Giovanni Falcone – solo dopo, e con troppo ritardo, divenuto patrimonio condiviso del nostro Paese – di sua moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Il 23 maggio è un giorno ancora più denso e complesso perché, nel ricordare quel sacrificio e quella strage, come comunità e come Paese abbiamo anche smesso di fare i conti con un dettaglio più grande – e grave. Ossia che l’antimafia, prima di quel giorno, non era patrimonio comune di tutti gli italiani. E Falcone, a dispetto di un’intera carriera profusa nella lotta a Cosa Nostra, e più ancora nello studio profondo e contemporaneo di quella realtà umana e sociale, era un magistrato che non riscuoteva così tanto consenso e non raccoglieva attorno a sé così tanto affetto.
Un uomo giusto, un uomo solo.
Ogni 23 maggio, nel ricordare che un anno in più si è camminato sui sentieri difficili e non sempre condivisi dell’Antimafia, proviamo purtroppo a non ricordare troppo quanto ci sia stato bisogno di quel martirio perché di Antimafia si parlasse in Italia.
Nulla di più sbagliato.
E per quanto umano sia quel pudore, forse è il caso di lasciarlo andare e fare pace con quella contraddizione: un’Antimafia ancora tutta da inventare a ogni livello, mentre il tritolo straziava le vite di quei magistrati e delle loro scorte.
Accettare finalmente quel rimpianto. Elaborarlo e custodirlo.
E proprio da quello scarto ripartire.
Va fatto per due ragioni precise.
La prima è semplice, banale nella sua ripetizione: gli anniversari, a ogni giro di calendario, rischiano di strutturarsi sempre più nelle forme e di perdere il contenuto. Si rincorre la cifra tonda, la commemorazione ben riuscita, il rito civile che continui a dare apparente senso a una abitudine.
La seconda ragione, che forse dalla prima discende ma ha radici ancora più profonde, è che si sta perdendo il senso di una pratica quotidiana dell’ “antimafia delle piccole cose”.
Lo si sta perdendo nel vivere ordinario, lontano dalle giornate nazionali e dai riti. Lo si sta perdendo in una parte del mondo giovanile che, tra i banchi di scuola, sa ripetere le parole giuste, ma poi, nella solitudine dello smartphone si abbevera – spesso senza strumenti– ai contenuti di scugnizzi, boss e donne di malavita che trasformano la subcultura mafiosa in intrattenimento social.
Lo si sta perdendo nei luoghi delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche, troppo spesso pronte a sacrificare le discussioni concrete sull’esclusione sociale – che delle Mafie è carburante irrinunciabile – in favore di politiche di immagine, di marketing territoriale, di seduzione permanente. E talvolta quelle stesse dinamiche finiscono per fare rima, in modo opaco, con riciclaggio, malaffare, spregiudicatezza.
Lo si sta perdendo nella progressiva erosione di tutti quei presìdi intermedi di confronto e partecipazione che ancora erano capaci di generare un “noi” in risposta all’“io” dell’individualismo e dell’affermazione mafiosa. Associazioni, comunità educanti, luoghi culturali, reti civiche: spazi fragili, spesso stanchi, non più decisivi.
E continuiamo a perderlo ancora oggi, a trentaquattro anni dalla strage di Capaci, tra le maglie di inchieste, depistaggi, approfondimenti e verità incomplete che mostrano come la piena luce sulla stagione del terrore sia ancora lontana dal fare davvero giorno nel nostro Paese.
Forse allora, come ripetono molti protagonisti silenziosi dell’Antimafia sociale – quelli che nei quartieri più fragili cercano ogni giorno di opporsi a questo declino mascherato da celebrazione annuale – è davvero arrivato il momento di intonare un requiem alle vecchie pratiche.
Non per rinunciare.
Non per dichiarare sconfitta.
Ma per avere il coraggio di riconoscere che alcune formule non bastano più.
E allora servono nuove forme, nuove discussioni, nuove tracce possibili. Serve ricominciare dall’oggi, dalla realtà concreta, dalla consapevolezza che molto di ciò che è stato seminato rischia di andare perduto. Ma anche dalla convinzione che nessun terreno umano è definitivamente sterile.
Perché l’antimafia, prima ancora che una parola pubblica, è una pratica comunitaria. È un modo di abitare i territori, di educare, di amministrare, di condividere, di raccontare. È la scelta quotidiana di custodire la dignità delle persone contro tutto ciò che le umilia e le rende ricattabili.
Ed è forse proprio qui che, ancora oggi, può nascere una speranza nuova.
Più autocritica, meno retorica. Ma forse, proprio per questo, più vera.
Domenico Mortellaro
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Domenico Mortellaro, classe 1979, barese, criminologo e sociologo del crimine e della devianza. Consulente editoriale per le edizioni la meridiana. Da anni studia le Mafie Pugliesi ed è autore di numerose pubblicazioni di studio sui temi collegati alla Camorra Barese. Per il catalogo delle edizioni la meridiana è autore del libro “San Pio, per tutti ancora Enziteto” e l’ebook “La Camorra Barese“.


