Via d’Amelio, trentaquattro anni dopo: le mafie che abbiamo davanti
Per chi oggi ha vent’anni o meno, la stagione delle stragi mafiose non è un ricordo. È storia. È il tempo dei libri, dei documentari, delle fotografie ingiallite di Paolo Borsellino e dei cinque agenti della sua scorta – Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina – uccisi il 19 luglio 1992 in via D’Amelio.
Eppure, a pensarci oggi, colpisce un paradosso.

Viviamo nell’epoca del tempo che fugge. Degli anni che sembrano consumarsi in un istante. Delle mode che durano poche settimane e delle notizie che invecchiano nel giro di qualche ora. Eppure quella stagione di sangue, che nella memoria collettiva appare interminabile, occupò in realtà appena lo spazio di un biennio. Allora, però, sembrava non dovesse finire mai. Ogni attentato dava l’impressione che il successivo fosse già dietro l’angolo. Ogni funerale sembrava annunciare un’altra tragedia. Fu una stagione capace di mobilitare un’intera generazione di giovani, convinta che quel “Mai più” dovesse trasformarsi in impegno civile.
Oggi quei giovani sono adulti. E i giovani di oggi rischiano invece di conoscere le mafie soltanto attraverso il ricordo di quelle stragi.
È forse questo l’equivoco più pericoloso.
Perché la mafia delle autobombe e del tritolo è stata sconfitta. Lo Stato ha saputo reagire e colpire Cosa Nostra nel suo volto più feroce. Ma le mafie non hanno smesso di esistere. Hanno fatto ciò che hanno sempre saputo fare: cambiare. Hanno mutato pelle, linguaggio e strategie. Hanno imparato che spesso è più conveniente riciclare che sparare, infiltrarsi nell’economia e nella vita pubblica piuttosto che sfidare apertamente lo Stato. Cercano consenso e rispettabilità molto più di quanto cerchino visibilità.
Sarebbe però un errore pensare che, insieme al tritolo, sia scomparsa anche quella cultura della violenza che le mafie hanno alimentato per generazioni.
Quella ferocia continua a vivere. Vive nei codici della sopraffazione, nell’ossessione per il dominio, nell’idea che il rispetto possa essere imposto attraverso la paura. Vive anche in una parte dei contenuti che ogni giorno scorrono sugli smartphone di milioni di ragazzi, dove boss, giovani affiliati e criminali vengono trasformati in modelli di successo, accumulando visualizzazioni, imitazione e consenso. Vive nelle cronache che raccontano adolescenti e giovanissimi disposti a uccidere o morire per un’offesa, uno sguardo, un debito irrisorio, un orgoglio ferito.
Non tutto questo è mafia. Ma tutto questo parla una lingua che la mafia conosce molto bene.
Per questo ricordare Paolo Borsellino e la strage di via d’Amelio non può significare soltanto guardare al passato. Significa imparare a riconoscere le mafie per quello che sono oggi: organizzazioni capaci di infiltrarsi nell’economia e nelle istituzioni, ma anche di continuare a diffondere una cultura della violenza adattandola ai linguaggi del nostro tempo.
Il modo migliore per onorare il sacrificio di via D’Amelio non è convincerci che le mafie siano finite. È continuare a studiarle, comprenderne le trasformazioni e riconoscerle anche quando non assomigliano più alle fotografie del 1992. Perché il loro successo più grande non è diventare invisibili. È convincerci che, siccome non fanno più lo stesso rumore di allora, abbiano smesso di essere un pericolo.
Domenico Mortellaro
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Domenico Mortellaro, classe 1979, barese, criminologo e sociologo del crimine e della devianza. Consulente editoriale per le edizioni la meridiana. Da anni studia le Mafie Pugliesi ed è autore di numerose pubblicazioni di studio sui temi collegati alla Camorra Barese. Per il catalogo delle edizioni la meridiana è autore del libro “San Pio, per tutti ancora Enziteto” e l’ebook “La Camorra Barese“.






